Tra simbolo, materia e trasformazione. Intervista a Clarissa Moretto
a cura di Sofia Argentin e Camilla Pasca
Un dialogo tra tarocchi, psicanalisi junghiana e processi materici: la ricerca di Clarissa Moretto indaga il simbolo come strumento di conoscenza e trasformazione, intrecciando spiritualità, ritualità e sperimentazione dei materiali.
Intervistatrice: Dal tuo portfolio si legge che la tua ricerca ha avuto inizio con una rielaborazione degli arcani maggiori dei tarocchi. Come e perché ha avuto inizio?
Clarissa Moretto: Diciamo che forse proprio per il motivo per cui sono nata e cresciuta a Torino e quindi in una città pregna di simboli esoterici, e comunque l’unica città facente parte del doppio triangolo della magia sia bianca che nera, non so se ne sapevi qualcosa…
I.: Sì, certo.
C.M.: …quindi ha proprio totalmente quest’aura magica. Negli ultimi tempi ho visto che c’è stata un’esplosione di attenzione nei riguardi dei tarocchi, e quindi ho voluto studiarmeli. Qual è il modo migliore di farlo se non rielaborarli e capire un po’ meglio cosa volessero significare?
Anche perché magari fino a qualche tempo fa i simboli racchiusi negli arcani maggiori erano più comprensibili su larga scala, mentre adesso, se una persona è profana, li vede e dice: “boh, cosa vuol dire?”. Ho quindi voluto studiarmeli nella maniera più semplice possibile, vedendo per ogni carta cosa volesse significare e poi facendoli un po’ più miei.
Anche perché sì, è vero che soprattutto nel Settecento e successivamente erano utilizzati in ambito divinatorio, e anche adesso, però secondo me — e poi anche studiando man mano i tarocchi — non penso siano un mezzo divinatorio. Penso siano più un modo per cogliere delle cose che magari inconsciamente sappiamo già, ma tramite le letture e le carte stesse — ovviamente guidati da un tarologo che ne capisce le simbologie — uno riesce magari a capire delle cose che ha passato, delle cose che sta vivendo, per rielaborarle, accettarle e vederle sotto un altro punto di vista e quindi poi, di fatto, con le nostre azioni avere anche un effetto sul futuro. Tutto questo poi mi ha portato anche verso un filone della psicanalisi junghiana…
I.: Infatti è proprio il tuo studio della psicanalisi di cui hai parlato che ti ha avvicinata anche al simbolo, no? Simbolo come un trasformatore di energia. Quindi cosa significa per te e in che modo questo si riflette poi nelle tue opere?
C.M.: Di fatto mi sono appassionata molto allo studio di Jung in generale, che ha sviluppato tutta la sua teoria della psicanalisi. E lui ha studiato molto, ovviamente anche grazie all’influenza di Freud, l’analisi dei sogni… ha utilizzato anche il simbolo come una sorta di trasformazione, grazie appunto all’inconscio. I simboli dell’inconscio, quindi quello che noi abbiamo all’interno senza saperlo, possiamo comunque individuarlo per mezzo di un simbolo e quindi poi distaccarcene oppure cercare di capire il motivo per cui alcune cose hanno un’influenza così forte su di noi.
I.: Invece per la serie Suscipio hai legato il materiale del legno e quello dell’ottone…
C.M.: Sì, materiali in generale metallici, perché ho usato anche il rame.
I.: Questi materiali hanno una simbologia o sono scelti più che altro per la resa tecnica?
C.M.: Avevo iniziato questa ricerca inizialmente prima sul ferro e sull’ossidazione del ferro, e poi dopo ha avuto un’evoluzione inserendo appunto il legno o metalli come rame e ottone, però con la contaminazione sempre dell’ossidazione o dell’incisione.
Ovviamente agendo sulla materia, la trasformo, cioè comunque controllandola, e poi la faccio ossidare. L’ossidazione è questa cosa naturale che contamina la materia stessa, però è sempre un po’ una lotta tra il controllo e qualcosa di spontaneo e naturale. Quindi è un po’ questo incontro-scontro, questo connubio tra ciò che è artificiale e ciò che è naturale.
I.: Osservando poi le opere, ho notato anche una forte simbologia cristiana, quanto è presente la religione nella tua creazione? È una religione alla quale ti senti legata o è più che altro una rappresentazione di essa?
C.M.: Forse anche per il fatto di essere italiana, per il fatto di aver avuto in famiglia una presenza cristiana molto forte — perché ad esempio mia nonna è una suora francescana laica — ho sempre avuto un legame. Ancora adesso capita che ci siano dei lavori sull’arte funeraria, quindi lapidi, stili di lapidi o comunque sempre rimandi a ciò che per noi è più legato anche alla spiritualità. Però dal mio punto di vista io non sono credente. Però è come se fosse una sorta di punto focale che voglio mettere su ciò che è più legato a un livello spirituale superiore, che non deve essere per forza cristiano-cattolico. Anche perché, con la rielaborazione dei tarocchi, avevo inventato queste figure umanoidi con le mani al posto della testa che formavano dei mudra, più legati alla meditazione e quindi alle filosofie orientali. Quindi c’è una forte connotazione spirituale che però non vuole essere intrinsecamente cristiana-cattolica, ma è solo un modo per legare tutto ciò che faccio a livello simbolico, spirituale e anche rituale. Mi è capitato anche di fare delle video performance in cui rimarco molto la ritualità, anche nella vita quotidiana. E quindi è un modo per far sì che alcune cose che nel nostro retaggio culturale rimandano a qualcosa di spirituale, o comunque non terreno, emergano. Anche se le rappresentazioni che utilizzo — come sudari, richiami alla Sindone o agli ex-voto — poi, se osservate meglio, non sono riconducibili a una religione in particolare. Sono simboli del quotidiano che possono capitare a tutti e quindi si inseriscono in una sorta di inconscio collettivo, permettendo a chi osserva di riconoscerli e farli propri.
I.: Al di là della religione specifica della persona. Vorrei farti un’ultima domanda. Qual è la tua formazione? Quale percorso hai fatto per arrivare ad oggi?
C.M.: Diciamo che ho sempre avuto una formazione in ambito artistico. Anche prima di fare il liceo artistico ho frequentato una scuola professionale di oreficeria. Anche i miei genitori sono restauratori artigiani, quindi lavorano con vari elementi. Probabilmente anche l’utilizzo dei materiali che porto nell’arte deriva dal fatto che fin da piccola ho sempre visto manipolarli. Ho voluto cimentarmi anche io in questo, non solo a livello materiale: prima è diventato materiale, poi ha avuto uno sviluppo più personale. Poi ho fatto il liceo artistico, ho avuto uno stacco di sette anni in cui ho lavorato sempre in ambito artistico, ma mi sono legata molto al tatuaggio e quindi alla simbologia. Nonostante oggi il tatuaggio abbia perso parte della sua connotazione simbolica, inizialmente era proprio questo: un modo per fissare sulla pelle esperienze e significati importanti. Ho lavorato anche nella fotografia, nel make-up… finché ho deciso di iscrivermi all’Accademia Albertina, alla scuola di Pittura, dove mi sono laureata al triennio e al biennio. Ora sono cultrice della materia per il professor Leonardi.



