Attraversare il Varco: tra natura, tecnologia e forma attivata. Intervista a Tina Örn

a cura di Sofia Argentin e Camilla Pasca

L’intervista a Tina Örn esplora una ricerca artistica che mette in dialogo natura e tecnologia, unendo elementi organici e linguaggi digitali in opere phygital. Al centro, un’esperienza multisensoriale e inclusiva che riflette sul tempo, la trasformazione e il rapporto tra dimensione arcaica e contemporanea.

Intervistatrice: Da dove proviene l’idea di coniugare il lento tempo della natura con quello accelerato della tecnologia?

Tina Örn: L’idea nasce dal nucleo stesso della mia ricerca che da anni indaga il passaggio dall’arcaico all’algoritmo, tra tribalismo e tecnologia. Parto da una fascinazione per le forme primordiali quali segni, rune, mitologie e materiali organici come corteccia, muschio e foglie e le metto in dialogo con sistemi contemporanei quali modellazione 3D, animazioni, NFC, QR code e suoni digitali. Questa coniugazione non è un semplice contrasto, ma una simbiosi: il tempo lento della natura inteso come crescita, decomposizione, mutazione organica, viene “attivato” e reso visibile grazie alla velocità della tecnologia, che permette alla forma di mutare in tempo reale davanti agli occhi del visitatore. È come se la tecnologia fungesse da varco che rende percepibile ciò che nella natura è lentissimo o invisibile come la trasformazione, l’energia cosmica, il ciclo vita-morte-rinascita. Il titolo stesso della mostra evoca questo ponte: il “varco tra le stelle e il segno”.

I.: Nella Camera della Natura Attivata ha ricorso a composizioni sonore. Si potrebbe pensare che esse siano delle antenate della scultura, come si modella la materia si modella il suono. Cosa arriva per primo? Il suono o il resto della composizione?

T.Ö.: Per me il suono è parte integrante e spesso parallela alla materia, non un elemento aggiunto a posteriori. Nella Camera della Natura Attivata la composizione sonora è stata creata appositamente per accompagnare la videoproiezione e l’installazione fisica con foglie, tronchi e corteccia creando un ambiente immersivo totale. Non c’è una gerarchia rigida di “prima il suono o prima la materia”, lavoro spesso in modo sinestetico. La modellazione della forma, sia tramite scultura fisica o 3D e la modellazione del suono procedono in parallelo o si influenzano reciprocamente. 

Il suono può essere visto come una “scultura immateriale” che modella lo spazio e il tempo percettivo, esattamente come la materia modella lo spazio fisico. In molte opere phygital, come ad esempio le animazioni del Proteiforme o di Mutaforma esiste una musica dedicata e composta esplicitamente da Lino Strangis: Arte, che è stata composta da Lord Theremin Lorenzo Giorda per far “muovere” le tavole e le forme, quindi il suono è concepito come attivatore della mutazione. In sintesi: arrivano quasi contemporaneamente, perché l’opera è pensata come ecosistema multisensoriale fin dall’inizio.

I.: Gli elementi naturali quali muschio e foglie sono per loro natura deperibili. Come far fronte a questa problematica? Provengono da luoghi specifici o la loro origine è casuale?

T.Ö.:  È una problematica consapevole e da me accettata, perché la deperibilità fa parte del concetto stesso di opera: richiama il ciclo naturale di vita, morte e trasformazione che è al centro del progetto sul concetto di impermanenza. Lavoro da tempo portando avanti performance itineranti e laboratori esperienziali come Il mandala delle nuvole o il volume Harmonia Aurea: Pratiche Rituali dell’Antico Egitto per Attrarre. Per quanto riguarda gli elementi più fragili come possono essere foglie essiccate, muschio, paglia sotto resina e frammenti di corteccia, vengono trattati e fissati il più possibile tramite essiccazione o resina per durare nel tempo; mentre per le edizioni e i libri d’artista deluxe, vengono usati materiali organici stabilizzati o protetti. La deperibilità diventa anche un valore poetico: alcune parti dell’installazione possono evolvere durante il periodo espositivo, ricordando che nulla è eterno.

L’origine dei materiali non è puramente casuale. Raccolgo spesso materiali durante camminate in boschi o luoghi naturali, soprattutto in Piemonte o in contesti che hanno un significato personale e spirituale, ma sempre nel rispetto dell’ambiente. Prediligo perciò materiali caduti, non prelevati vivi. Non si tratta di una provenienza “esotica” o specifica di un unico luogo sacro, quanto piuttosto di una selezione attenta che porta dentro l’opera l’energia del territorio e del gesto di raccolta.

I.: Nel testo di sala si parla di un varco da attraversare dove il visitatore è parte attiva anche grazie all’uso di codici QR. Non ha timore che ciò renda difficile dialogare con chi non ha dimestichezza con i dispositivi elettronici?

T.Ö.: Sono consapevole di questa possibile barriera e l’approccio della mostra è pensato per essere inclusivo il più possibile. Il percorso, infatti, funziona anche senza tecnologia: le opere fisiche quali sculture in bronzo, legno, corteccia, libri d’artista… sono fruibili in modo tradizionale e molto evocative di per sé. Per quanto riguarda i contenuti digitali come animazioni, suoni, oracoli, messaggi… sono un livello aggiuntivo di esperienza, non obbligatorio. Chi non usa QR o NFC può comunque immergersi nell’atmosfera rituale e simbolica. Durante il vernissage e le visite guidate sono io stessa a spiegare tutto e aiutare chi ha difficoltà. Le opere phygital sono concepite come portali opzionali: chi vuole può attivarli, chi preferisce resta nella dimensione puramente materica e contemplativa. L’obiettivo non è obbligare all’uso del telefono, ma offrire la possibilità di un dialogo più profondo tra arcaico e contemporaneo. Chi non ha dimestichezza con i dispositivi può comunque “attraversare il varco” attraverso i sensi, il corpo e la presenza nello spazio.

Serie Nibi, 2023/2026