Lasciare tutto per dipingere intervista a Gianni Gianasso
a cura di Sofia Argentin e Camilla Pasca
Segnali stradali, colore e immaginazione: Gianni Gianasso racconta la sua pratica cresciuta tra libertà e trasformazione in occasione della sua mostra Open Dreams (marzo 2026) presso il MAU – Museo di Arte Urbana di Torino.
Intervistatrice: Il suo mondo onirico e saturo si nutre di elementi della cultura pop. Da dove provengono queste visioni?
Gianni Gianasso: Provengono da una serie di cose molto personali: momenti miei, ricerche intimistiche, sogni. Sono immagini che nascono all’improvviso… magari sfogliando un giornale. Io, tra l’altro, non guardo la televisione — a dire il vero non guardo quasi nulla. L’ho buttata quindici anni fa, perché non mi interessava avere quel tipo di supporto. Arrivo dal mondo della pubblicità: sono stato un creativo abbastanza importante per diversi anni. Ho lavorato all’Armando Testa, alla Benton & Bowles — un’agenzia americana con sede a Milano — quindi ho vissuto anche lì. Ho girato molto. Poi ho smesso. In realtà, nel frattempo ho sempre dipinto, quando potevo. A un certo punto ho lasciato del tutto: mi sono licenziato. Lavoravo come freelance, con clienti importanti — Ferrero, Fiat… — ma ho detto basta. Era una vita fatta solo di corsa. Lavoravo di notte, di giorno facevo il commerciale, andavo dai contatti, mi spostavo continuamente. Avevo uno studio, ma lo vivevo solo per produrre: di giorno non c’ero, di notte lavoravo.
I.: Molto impegnativo…
G.G.: Sì, decisamente. A un certo punto non ce l’ho più fatta e ho dato un calcio a tutto, come si dice. Ho iniziato a dedicarmi alla pratica artistica pensando fosse la cosa più semplice del mondo… e invece non è così. Non arrivavo da un’accademia, non avevo fatto quel tipo di percorso, quindi mi sono messo a lavorare seriamente.
I.: Quindi possiamo dire che è un autodidatta?
G.G.: Sì, assolutamente. Ho cominciato a produrre le prime opere, a capire dove mi trovavo, e non è stato facile. Ho iniziato a esporre i primi lavori, poi sempre di più, fino ad arrivare a mostre importanti.
(Interruzione per saluti)
G.G.: Stavo raccontando un po’ la mia storia perché credo che sia proprio da lì che nasce questa produzione. All’inizio, ad esempio, non usavo neanche il colore: lavoravo solo in bianco e nero. Oggi invece il colore è diventato un po’ il mio leitmotiv, il modo in cui porto avanti la ricerca, che resta legata al sogno. Come scrive bene Silvia Carbotti nel testo di curatela, ho scelto di utilizzare come supporto i segnali stradali, proprio perché sono elementi contemporanei. Questo mi ha permesso di dare una nota molto personale al lavoro. All’inizio non è stato facile: anche la scelta del materiale è stata complessa. Solo adesso comincio a vedere i primi risultati, anche sul mercato. Vendo, sì… abbastanza, ecco. Ma non… non alla Nespolo.
I.: (ride)
G.G.: Non è facile, anche perché spesso le persone fanno fatica ad ammettere: “compro un cartello”. Sembra una cosa banale, quasi stupida, ma in realtà… se vogliamo leggerla anche in chiave di arredamento, può essere qualcosa di straordinario. Per alcuni lavori — come Porcocane del 2021 — ho progettato anche il basamento: asta, pedana, tutto. Solo quello, già, ha una forza incredibile. E infatti ne ho venduti diversi, cinque, sei, sette… tutti completi di struttura. E chi li ha presi era contentissimo, felice di averli in casa. Però a livello generale c’è ancora molta resistenza. La tradizione pesa. Si fa fatica ad accettare questo tipo di oggetto come opera. Anche all’estero: ho esposto in Polonia, in Austria, in Germania e non è stato semplice. Lì, se possibile, sono ancora più legati alla tradizione: il quadro, la tela, la cornice… e bisogna dire che sono bravissimi, artisti di altissimo livello, si vede.
I.: Sì, forse più “seri” in quel senso… come se il colore, per esempio, fosse meno serio.
G.G.: Sì, a volte sì. Però ho incontrato artisti davvero molto bravi, con una preparazione altissima. Non solo tecnica, anche immaginativa. Davvero notevoli.
I.: E invece, tornando al suo percorso e ai suoi incontri… qui in mostra c’è una scultura Vyssia Pedraglio alla quale lei ha collaborato.
G.G.: L’ho scoperta tramite un’amica. Ha qualità incredibili: recupera materiali, li cerca nei mercatini, e realizza opere davvero sorprendenti. E poi usa anche gli smalti per le unghie…
I.: Sì, ce l’ha raccontato.
G.G.: Davvero incredibile! E così abbiamo collaborato su un lavoro: mi ha detto “Vieni a dare qualcosa di tuo, poi l’opera te la porti a casa”. E così è stato, me l’ha regalata. È stato molto bello. L’ho portata qui, e ho voluto portare anche lei, in un certo senso, farla conoscere. In un anno e mezzo è passata dal non fare nulla a produrre tantissimo — avrà almeno una trentina di opere.
I.: Sì, ci ha mostrato diversi lavori.
G.G.: E gli ultimi sono davvero belli. Più concettuali, più legati al libro… cose molto interessanti.
(Interruzione per saluti)
I.: Le sue opere ricordano sogni quasi febbrili, con un’estetica che a tratti sembra digitale — almeno a una prima occhiata — ha mai pensato di lavorare con l’arte digitale?
G.G.: No, non mi interessa. Io butterei tutto nel fuoco… tutto, anche chi insegna arte digitale! (ride) Sto scherzando, ovviamente.
I.: No, certo, ma è interessante capire…
G.G.: Siamo in un momento complicato, direi anche disperato. L’umanità gira un po’ su se stessa, ha perso — o sta perdendo — equilibrio. È un momento delicato. Per cui no, non mi interessa lavorare in digitale. Però l’arte digitale fatta bene la conosco, la guardo, la posso anche apprezzare. Ma per me no. Io ho bisogno della manualità. Del lavoro fatto con le mani, del dettaglio, del gesto. Di muovere le cose fisicamente. Finché posso farlo, continuerò così.
I.: Prima diceva di non avere una formazione accademica… come si inizia a dipingere?
G.G.: Dapprima ho fatto scuole artistiche, il liceo per la precisione. Però non ho proseguito con l’Accademia. A un certo punto ho capito che il mio percorso passava dalla pubblicità. Parliamo della metà degli anni Sessanta: per me era un mondo straordinario, un vero paradiso. C’era apertura, curiosità, una disponibilità ad accettare il nuovo che oggi è più rara. E poi, diciamolo chiaramente: ho capito che lì potevo guadagnare molto. E l’ho fatto. Sono entrato in quel meccanismo, che però mi ha anche aperto la mente, le sinapsi. Le mie opere oggi comunicano anche per questo. Non do un’importanza assoluta alla tecnica: deve esserci qualcosa che mi attiva, che mi dà piacere. Qualcosa che mi faccia godere, ecco.



