Disegnare nello spazio: la figura umana tra tensione e presenza. Intervista a Carlo D’Oria

a cura di Sofia Argentin e Camilla Pasca

Attraverso sculture che evocano schizzi tridimensionali, Carlo D’Oria riflette sulla condizione umana contemporanea: corpi essenziali, sospesi tra movimento e costrizione, raccontano fragilità, paura e responsabilità.

Intervistatrice: Osservando le tue opere non abbiamo potuto non pensare agli uomini di Alberto Giacometti. È una nostra interpretazione o c’è del vero?

Carlo D’Oria: No, ci sono delle affinità. È un artista che mi piace, però il mio atteggiamento è differente. Nel suo caso lui è un modellatore: continua a fare una ricerca sulla figura modellata, quindi aggiungendo e togliendo materia. Mentre io parto dall’idea del disegno, da uno schizzo veloce nello spazio. Quindi queste sono un po’ come schizzi a carboncino disegnati nello spazio tridimensionale. Dovrebbero dare la sensazione di velocità del gesto, anche se chiaramente, essendo sculture, sono studiate, elaborate, saldate, smontate e rimontate a seconda del momento in cui le realizzo. Non sono veramente così immediate, però ho voluto lavorare sulla possibilità di lettura di qualcosa fatto velocemente, quindi con un gesto rapido.

I.: Queste figure sembra che si liberino della tradizione per collocarsi in una dimensione altra, dove rimane solo l’essenza. Quando si spoglia di tutto, cosa rimane?

C.D’O.: Io trovo che, anche se non hanno una mimica facciale o dei veri e propri muscoli, abbiano comunque una loro espressività. Io ne sento proprio lo sguardo, ci vedo un atteggiamento, una sofferenza. In questo caso sono uomini armati, quindi è più forte il tema della paura, dell’angoscia, di quello che stanno facendo. Quindi, anche senza un vero e proprio modellato, continuo a leggere questa dimensione espressiva. Cerco di dare un atteggiamento in movimento, quasi nell’atto di generare il movimento stesso: non sono figure completamente ferme. Se ci si muove intorno, si ha la sensazione che siano ancora in movimento.

I.: Quanto è importante il materiale nella tua ricerca?

C.D’O.: Io lavoro per cicli. Ho lavorato anche la cera, che è un materiale molto caldo e morbido. In questo periodo sto lavorando il ferro. Queste figure sono nate con l’intento di rappresentare l’essere umano, ma con questi frammenti sono diventate più spigolose, più aggressive, anche per il loro atteggiamento. La scelta del materiale è anche casuale: in questo momento — che poi significa ormai da circa dieci anni — lavoro soprattutto ferro e acciaio. È un materiale che amo molto, anche perché arrivo dall’argilla e dalla cera e ho lavorato tanti materiali. Questo è diventato anche un modo per essere riconoscibile.

I.: Le vedi come presenze simili a guardiani o creature temibili?

C.D’O.: No, sono figure che hanno subito quasi una costrizione. L’uomo armato, con questa “R” tra parentesi che diventa anche “amato”, è una figura che si trova lì per caso, chiamata a compiere un dovere. Quindi non è né temibile né un guardiano: è uno di noi, in quella situazione.

I.: Possiamo considerarli degli alter ego?

C.D’O.: No, io guardo quello che accade attorno a me. Non è autobiografico.

I.: L’arte è un modo per diventare immortali?

C.D’O.: No. Questa è una cosa già detta da Michelangelo: “nulla è eterno”.

Quindi non vuole neanche restaurare il torso del Belvedere… e nulla è eterno, neanche Michelangelo. Tra ventimila anni probabilmente non si ricorderà nessuno di lui. Potrebbero cambiare troppe cose, potrebbe non esserci più nemmeno l’umanità. Quindi di eterno non c’è niente. Io lavoro sull’oggi e questo mi basta.

I.: Qual è la tua formazione?

C.D’O.: Il mio punto di partenza è che mi piaceva disegnare. Ho fatto una scuola grafica e ho lavorato nel campo della grafica come operaio alla macchina da stampa. Poi ho deciso di iscrivermi in Accademia e, siccome credevo di essere bravo come pittore, mi sono iscritto a scultura, così almeno dovevo imparare. Pian piano mi sono accorto che avevo tutto da imparare anche come pittore. Il percorso è stato lungo e faticoso, con momenti difficili. Non è stato semplice raggiungere certi obiettivi. Però oggi posso ritenermi soddisfatto: attualmente insegno all’Accademia di Lecce, e questo è già un risultato importante.

UOMINI A(R)MATI, 2024
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