M.I.M.B.Y.#4 – Maybe In My BackYard. Drones

Venerdì 6 aprile 2018,dalle 18.30 alle 21.30, presso la Galleria del Museo d’Arte del MAU – Museo di Arte Urbana via Rocciamelone 7 c Torino, si inaugura la personale di Daniele D’Antonio “M.I.M.B.Y.#4 – Maybe In My BackYard. Drones”, a cura di Edoardo Di Mauro.

Fino al 30 aprile lunedì 17-19 o su appuntamento

Sostenitori istituzionali : Regione Piemonte, Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT

Sponsor tecnici : OIKOS Colore e Materia per l’Architettura, Fiammengo Federico srl

Partner : Associazione Tribù del Badnight Cafè/Cabina dell’Arte Diffusa, Officine Brand www.officinebrand.it, Galleria Campidoglio www.galleriacampidoglio.it

Info : 335 6398351 info@museoarteurbana.it www.museoarteurbana.it

https://www.facebook.com/events/259579064583262/

Daniele D’Antonio

M.I.M.B.Y.#4 – Maybe In My BackYard. Drones.
@MAU – Museo d’Arte Urbana, Torino, dal 6 Aprile 2018.

Questa mostra rappresenta una nuova e stimolante tappa del percorso artistico di Daniele D’Antonio.

Personalità eclettica ed innovativa, dopo trascorsi professionali diversi, l’artista è laureato in geologia, elemento non trascurabile per meglio comprendere caratteristiche e motivazioni del progetto esposto, in una nuova versione, presso la Galleria del Museo d’Arte Urbana, D’Antonio, da alcuni anni, con coerenza ed impegno militanti, affianca la sua sperimentazione, ad un rinnovato impegno di divulgazione dell’arte al di fuori dei suoi confini classici e da quelli di un sistema pateticamente autoreferenziale. Come provato dalla geniale invenzione della “Cabina dell’Arte Diffusa”, punto telefonico dismesso nella torinese Piazza Peyron, trasformato in luogo di aggregazione e di confronto autentici, e dalla sceneggiatura del lungometraggio “Agata pensaci tu”, diretto da Luigi Mezzacappa, irriverente ma realistica satira sui miti e sui riti del mondo dell’arte e di quanto attorno ad esso ruota.

Il medium privilegiato da D’Antonio è quello della fotografia digitale, strumento che in realtà non presenta caratteristiche strutturalmente dissimili da quella analogica, semmai una duttilità nel plasmare e modificare immagini, che lo rende un utile surrogato del tradizionale mezzo pittorico. Nel caso suo le immagini ottenute riescono ad affrontare temi di geopolitica, società e cultura estremamente complessi, senza appiattirsi sul reale, ma donandogli nuovo incanto e suggestione, coinvolgendo lo spettatore in maniera completa, sensoriale e mentale.

Il “reincanto” di cui parlo stigmatizza una nuova fase epocale in cui siamo entrati : dopo la plurisecolare prevalenza del razionalismo introdotto dal Rinascimento e confermato dall’Illuminismo, dominato dal “logos”, le tecnologie immateriali ci hanno introdotti nella civiltà dell’immagine, in cui si assiste ad una ripresa di valori magici e rituali che collegano la nostra epoca ad un passato premoderno, con la ricomparsa di antichi archetipi ed una nuova dimensione comunitaria in cui l’individuo vive attraverso lo sguardo e le leggi degli altri.

Daniele D’Antonio adopera la fotografia digitale non in un ‘ottica di appiattimento sul reale ma per stabilire un rapporto empatico con l’esterno, in una dimensione dominata dalla volontà di narrare, di evidenziare l’aspetto simbolico di quanto è al tempo stesso dentro e fuori di noi, privilegiando una poetica del frammento come elemento atto a gettar luce sulla complessità del reale.

La produzione di D’Antonio, negli ultimi anni, è stata caratterizzata dalla proposta di cicli progettuali collegati dalla coerenza concettuale ma diversi quanto a resa iconografica, periodicamente aggiornati.

Come gli “Still life”, dove i soggetti rappresentati sono alimenti della tradizione mediterranea, assemblati fino all’allestimento di scenografie allegoriche, in cui l’oggetto ironicamente si riferisce a qualche tema centrale della società in cui viviamo, e di cui D’Antonio è un disincantato ma non scoraggiato spettatore, o la serie, di grande forza ed impatto visivo, esposta in un’altra recente personale al MAU insieme a Caterina Bilabini, dove l’artista, grazie alla tecnologia, corona l’aspirazione di molti amanti dell’arte, quella di entrare all’interno dello spazio della tela, per giocare un ruolo da attivi protagonisti.

Anche il progetto “Maybe in My Backyard” ha conosciuto puntate precedenti, attorno al tema di una Torino improvvisamente sede di conflitti bellici in cui la fanno da protagonisti i più attuali ritrovati tecnologici.

Mi capita spesso di pensare che, da questo punto di vista, facciamo parte di una generazione fortunata.

I nati dal 1945 in avanti nell’Europa occidentale non hanno mai vissuto la guerra nel loro territorio, quanto meno come pratica diffusa.

Mi capita di ripeterlo anche agli studenti, durante le lezioni all’Accademia Albertina, dove cerco sempre di porre la storia in relazione ai fatti dell’arte..

Ricordo loro anche come le guerre attuali, che hanno il loro epicentro nel Medio Oriente, con i fenomeni derivati del terrorismo, hanno origine nella cattiva gestione della pace da parte dei vincitori della Prima Guerra Mondiale, e dell’avidità dell’Occidente, ben coadiuvata dai cacicchi locali.

Le prime tre puntate hanno verificato il possibile ritorno di scenari di guerra in punti simbolo di Torino, in un quartiere popolare come Barriera di Milano, e nei territori piemontesi che furono scenario della Liberazione.

Questa esposta al MAU rappresenta, anche con il tramite di cartografie originali della Regione Piemonte, lo slittamento dei conflitti verso il massimo livello di astrazione e non coinvolgimento fisico ed emotivo dei belligeranti, così distanti dalla fisicità dei combattenti antichi, quello rappresentato dall’impiego di droni semi invisibili e comandati a distanza, mandati a colpire una Torino improvvisamente indicata come luogo nemico.

Edoardo Di Mauro, marzo 2018

Di seguito una serie di acute osservazioni di Daniele D’Antonio

Può succedere che il tuo Paese entri nella lista nera dei “cattivi”, così, dall’oggi al domani, perchè è cambiata l’aria a migliaia di chilometri di distanza.

Può succedere, così, che nel cielo sopra casa tua compaia un drone di quelli che uccidono.
No, non sei in una città dell’Asia mediorientale dal nome fino a ieri a te sconosciuto: sei a casa tua, proprio a casa tua, e tu non avevi mai pensato che potesse accadere.

La guerra contemporanea si presenta così: tecnologica, asettica, spersonalizzata.

Il suo fine ultimo non è mai cambiato, da quando è comparso l’Uomo: uccidere, distruggere e, prima di ogni altra cosa, incutere il terrore. Oggi è diventata ancora più semplice, spogliata delle ultime remore etiche, se mai ne siano esistite, privata del “contatto col nemico”.

Si muore per mano di una macchina, comandata a distanza. Non è rimasta nemmeno la dignità di guardare negli occhi chi ti sta togliendo la vita, perché quegli occhi non incroceranno mai il tuo sguardo.

Per morire, per te, è sufficiente essere nel posto sbagliato al momento sbagliato, per essere incluso tra coloro che l’intelligenza di una macchina o di un software, in quel preciso momento, identificano come “nemici”.

La morte oggi arriva dall’alto, improvvisa, incomprensibile, inutile.

Questa è la guerra di oggi, ed io la racconto così, perché nessuno di noi può considerarsi ragionevolmente al riparo da questo rischio: non siamo indipendenti, non decidiamo noi le nostre regole da seguire.

Ci sarà sempre la possibilità che qualcuno, altrove, decida che le nostre regole non sono conformi e verrà a darci lezioni di nuove regole, a suon di bombe, a casa nostra, nel nostro cortile.

(daniele d’antonio, aprile 2018)

Dal 2010 sto mandando avanti un progetto fotografico denominato M.I.M.B.Y. – Maybe In My BackYard.
Questo progetto riprende i metodi di visualizzazione delle guerre contemporanee e li trasferisce a Torino, in un ipotetico scenario di conflitto, coinvolgendo le persone e il territorio della città.

L’obiettivo del progetto è il tentativo di restituire l’orrore della guerra, sia pur con le forme visuali della guerra comunicata dai media, portandola dentro i luoghi del nostro quotidiano, rendendoci partecipi di una guerra possibile, già oggi visualizzabile e credibilmente verosimile.

La prima puntata di M.I.M.B.Y era l’attacco a bassa quota da parte di elicotteri da combattimento, ripreso con visori a raggi infrarossi, dei punti simbolo della città: le fabbriche, le abitazioni, i monumenti, la storia e, infine, la Mole Antonelliana, ad indentificare tutta la città.
Nella seconda puntata di M.I.M.B.Y, sempre con le medesime modalità di rappresentazione, ho portato la guerra nelle strade di uno dei più poveri quartieri di Torino, Barriera di Milano, con un attacco di un commando di truppe d’elìte per le strade e rappresaglie sui civili.

La terza puntata di M.I.M.B.Y. ha avuto come ubicazione il ritorno della guerra negli ultimi luoghi che hanno visto la guerra in Italia, le Langhe con la Resistenza, affiancando immagini uguali, le une rappresentate con i segni del tempo e le altre con le visioni contemporanee.

La quarta puntata di M.I.M.B.Y. verrà inaugurata venerdì 6 aprile 2018 presso il MAU – Museo di Arte Urbana di Torino, e questa volta vedrà l’attacco dal cielo di droni con il compito di killer e bombardamento chirurgico, con la possibilità di avere da parte dei visitatori un instant targetting delle proprie abitazioni da parte di un drone nemico. E’ l’astrazione definitiva del senso dell’umano dal teatro di un conflitto.

Abbondanti tracce e testimonianze delle varie puntate di M.I.M.B.Y. e della mia attività si possono trovare sul web con una semplice ricerca.

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