La Torino Monarchica di «Sciaboletta» (1900-1946): le nozze coi fichi secchi

Veduta di piazza Vittorio Veneto a Torino, 1900 circa. Fotografia di Giacomo Bersani.

Veduta di piazza Vittorio Veneto a Torino, 1900 circa. Fotografia di Giacomo Bersani.

Veduta di piazza Vittorio Veneto gremita di legioni della G.I.L. e di folla. 1939

Veduta di piazza Vittorio Veneto gremita di legioni della G.I.L. e di folla. 1939

Vincenzo Modica

Vincenzo Modica «Petralia» porta la bandiera tricolore in piazza Vittorio Veneto durante la manifestazione del 6 maggio 1945. Archivio Istoreto. © Istoreto

La capitale del ducato dei Savoia si spostò da Chambéry a Torino nel 1563:  da allora la città continuò a crescere. La stirpe ducale agli inizi del XVIII secolo, a conclusione della guerra di successione spagnola, ottenne l’effettiva dignità regia, dapprima sul Regno di Sicilia (1713), dopo pochi anni (1720) scambiato con quello di Sardegna. Nel XIX secolo si pose a capo del movimento di unificazione nazionale italiano, che condusse alla proclamazione del Regno d’Italia il 17 marzo 1861. Da questa data, fino al cambiamento istituzionale nel giugno del 1946 con l’esilio, la storia della Casa si confonde con quella d’Italia. Inoltre, dal 1870 al 1873 il duca Amedeo di Savoia-Aosta fu Re di Spagna col nome di Amedeo I di Spagna. Durante il regime totalitario di Benito Mussolini, la dinastia ottenne formalmente con Vittorio Emanuele III le corone di Etiopia (1936) ed Albania (1939) in unione personale, mentre nel 1941, col Duca Aimone di Savoia-Aosta, anche la corona di Croazia. Questi ultimi titoli vennero tuttavia persi definitivamente nel 1945, a causa della sconfitta subita nella seconda guerra mondiale.

Re «Sciaboletta» (1900-1946)

Nato a Napoli, nella reggia di Capodimonte. Figlio di Umberto I. La sua conformazione fisica era particolare: con gambe sproporzionatamente corte rispetto al resto del corpo. Sua madre, la regina Margherita, aveva lo stesso difetto fisico (secondo le voci fuori dal coro cantato dagli ammirati Carducci e D’Annunzio, aveva il sedere attaccato ai talloni), sia pure meno accentuato: ma subito negli ambienti filo papali romani s’insinuò che fosse il castigo divino contro il re che autorizzò la presa di Roma; altri attribuirono il fatto ai troppo frequenti matrimoni tra cugini.   
La sua bassa statura gli valse anche un altro soprannome, molto poco regale: “sciaboletta”.
La sostituzione della principessina: anche la nascita di Vittorio Emanuele III, come quella del suo avo, non fu esente da dubbi maliziosi, qualcuno sosteneva che Margherita non potesse aver figli, altri che avesse partorito una femminuccia e che subito Umberto la fece sostituire con un bambino già pronto da tempo.
La Regina Margherita e il Piccolo Vittorio Emanuele

La Regina Margherita e il Piccolo Vittorio Emanuele

Vittorio Emanuele non era molto religioso, se è vero che il suo precettore dovette punirlo perché fece dei gestacci in direzione della processione del Corpus Domini che passava sotto il suo palazzo.  
Il conte Egidio Osio si occupò della sua formazione: un’educazione meccanica ed ossessionante. Vittorio Emanuele s’irrobustì nel fisico e si abituò alla semplicità ma accentuò il suo carattere arido, pignolo, riservato e diffidente.
Per ordine della madre, che apprezzava la buona musica apprese faticosamente il pianoforte anche se gli piaceva molto di più la tromba cui non credo poté dedicarsi. Il risultato fu un generalmente scarso interesse per la musica con qualche eccezione: apprezzava Liszt e le musiche marziali eseguite da bande militari.
Ebbe anche lui le sue avventure erotiche ma fu molto più prudente e riservato dei suoi avi: subito qualche maligno ne approfittò per parlare di omosessualità. 
Un paio di aneddoti: una sera ricevette un sonoro schiaffone da un’attrice che non gradiva le sue troppo spinte avances; sembra che la contessa Maria Doria D’Angri sia impazzita quando seppe di essere stata abbandonata per motivi dinastici. Quando a Napoli frequentava la Nunziatella, si era fatto un gran parlare delle avventure galanti del giovane principe, che tutte le sere andava a caccia di gonnelle, poi si era diffuso un altro pettegolezzo che pian piano aveva sovvertito il primo e cioè che Vittorio Emanuele fosse impotente.
Vittorio sposò nel 1896 Elena del Montenegro e fu matrimonio d’amore.
Gli fu presentata durante una festa in cui l’unico che non sapeva che era un pretesto per fargli conoscere la futura regina era lui. Appena la vide se ne innamorò e il loro amore durò per tutta la vita. si combina un incontro tra i due in occasione dell’Esposizione Internazionale d’Arte che si teneva a Venezia. Elena sarà accompagnata dalla sorella Anna, la riserva nel caso non fosse sbocciato l’amore con la prima. È il 1895, i due s’incontrano al teatro La Fenice in occasione di una serata di gala e scocca la fatal scintilla, malgrado le critiche della regina Margherita per l’appariscente abito rosa indossato da Elena, che in vista dell’incontro aveva fatto una puntatina a Parigi per rinnovare il guardaroba. Vittorio Emanuele è al settimo cielo, dichiara a tutti la sua felicità di sposare una donna “soltanto per amore, al di là dei disegni di corte”. I due fidanzati s’incontrano di nuovo in Russia, finché Vittorio Emanuela va a chiederla ufficialmente in sposa nel Montenegro e si ferma qualche settimana, ospite del futuro suocero in un palazzetto a lato della “reggia”. Fa vita semplice, andando al mattino a caccia con i notabili del paese o con Danilo, fratello di Elena, rientro per il pranzo e nel pomeriggio passeggiata a cavallo con la promessa sposa, parenti e notabili. Ad onor del vero, ci dicono le cronache, più che andare a caccia il re faceva lunghe passeggiate per i sentieri di montagna e raccoglieva fiori di campo che, raccolti in un fascetto, portava alla promessa sposa. Al momento della partenza per l’Italia, festa di fidanzamento e d’addio per i due giovani. Per la prima volta ballano insieme e, malgrado la disparità di statura (Elena sovrasta Vittorio Emanuele di quasi tutta la testa), il loro Danubio Blu fa esplodere alte grida di giubilo tra i rudi montenegrini presenti, re Nicola in testa che stringe anche la mano al futuro genero. Il finale della festa è una quadriglia, ci dicono le cronache, che i due giovani ballano con il presidente del Consiglio Bozo Petrovich e una signora in costume locale, quando ecco che s’imbrogliano i passi, il principe italiano non è un gran ballerino, e nasce una sorta di parapiglia. Sarà Elena, che ha ventitré anni, a dire che nelle quadriglie nelle quali non si sbaglia niente, ci si annoia. Salì al trono nel 1900 alla morte del padre e regnò 46 anni (solo le regine Vittoria ed Elisabetta II e l’imperatore Francesco Giuseppe e hanno superato questo record).
Vittorio era riservato, non amava le cerimonie e le feste, gli piaceva stare in famiglia, doveva essere anche piuttosto parco: si dice che i suoi pasti fossero a base di gallina bollita e patate. Nella buona società, chi pranzava con avidità o ingordigia, poteva sentirsi chiedere se aveva fatto colazione a corte. Potrebbe essere una delle cattiverie messe in giro dalla moglie cugino, Elena d’Aosta, che coniò il soprannome «Curtatone e Montanara» appioppato alla coppia reale (Vittorio con le gambe corte ed Elena del Montenegro) e che chiamava Elena «ma cousine la bergére» (pastora).
I continui sfottò dei cugini, che avevano un figlio maschio (che Elena d’Aosta chiamava «mon petit roi»), e i molti pettegolezzi e le malignità sulla sua altezza lo amareggiavano al punto da spingerlo a parlare di rinuncia al trono. Alla fine, invece, accettò la corona, anche se controvoglia.
 

A. Stanghellini - Vittorio Emanuele III

A. Stanghellini – Vittorio Emanuele III «Sciaboletta»

Curtatone e Montanara e le nozze coi fichi secchi
Quando dal Savoia sbarcano a Bari sono accompagnati dal padre di lei, dal fratello Mirko e dalla sorella Anna con marito, la folla li accoglie festanti, ma c’è un compito da assolvere: Elena è ortodossa, deve abiurare. La madre di Elena, osservante convinta, non li ha accompagnati per non assistere al peccato dell’abiura. La cerimonia avrà luogo nella cripta della Cattedrale di San Nicola. La futura regina è triste, non si sente molto bene, nell’abiurare guarda in faccia il fidanzato, che non le nega il suo sostegno morale tenendole stretta la mano e prendendola sotto braccio quando l’atto è compiuto. Il 24 ottobre 1896 si sposano, prima la cerimonia civile al Quirinale, poi il matrimonio religioso in Santa Maria degli Angeli. Elena indossa un velo di Burano intessuto di fili d’argento che disegnano migliaia di margherite regalo della suocera, su cui è appoggiato un diadema regalo del suocero. Sono nozze regali ma semplici, che fanno storcere il naso alla nobiltà e ai borghesi, qualcuno malignerà, confrontando questa cerimonia con la più recente del ramo cadetto Aosta, che si sono fatte “nozze coi fichi secchi».
Per commemorare l’evento fu previsto un francobollo noto come «Nozze di Vittorio Emanuele III» che però non venne mai emesso e del quale esistono a tutt’oggi 100 esemplari in tutto.
Edoardo Scarfoglio, il famoso “Tartarin” (così spesso firmava i suoi fondi), pubblicò uno dei suoi più famosi articoli il 27 settembre del 1896 e lo intitolò, appunto, “Le nozze coi fichi secchi”. Il quotidiano napoletano faceva opinione, aveva tantissimi lettori e incideva sulla politica di quell’Italia e, così, il giornale con quell’articolo venne sequestrato. Il motivo? Scarfoglio ironizzava sulla debolezza della dinastia regnante, i Savoia che, per irrobustire la discendenza, aveva annunciato il matrimonio tra il piccolo futuro re “sciaboletta” Vittorio Emanuele III e la principessa Elena di Montenegro, da celebrare il 24 ottobre successivo. Ebbene, il piccolo Montenegro era famoso allora solo per le coltivazioni dei fichi che venivano seccati. Ecco “le nozze coi fichi secchi”. Sul futuro re, scriveva Scarfoglio: “Di forme e di statura già poco conformi all’ideale fisico che il popolo ha dei Re, le poche volte ch’è apparso in pubblico non ha conquistato certo l’immaginazione degli spettatori…non è il primo uomo destinato a regnare con un fisico poco imponente, ma finora non ha dato segno alcuno neanche di superiorità d’animo o d’intelletto…” E ancora,  infierendo: “In una sua conversazione con d’Annunzio, non gli parlò che delle manovre di cavalleria e degli esami del passaggio a caporale”. “La freddezza con cui è stato accolto l’annuncio di questo matrimonio aumenterà quando gli italiani vedranno la loro futura regina e constateranno coi loro occhi che essa non è la gigantessa rigeneratrice d’un sangue illanguidito, né la beltà fulminatrice che s’è detto”.
Scarfoglio, non contento, aggiunge che la bellezza di Elena è stata enfatizzata, è sì una donna piacente e fresca di gioventù, ma non all’altezza di quanto si era favoleggiato. Poco più che graziosa, dice, non certo un’Elena greca. Anche D’Annunzio, che pure aveva scritto madrigali infiammati per la regina Margherita, a lei dedica una pagina, dove la paragona alla “Vittoria che si dislaccia i sandali”. Elena, mostrando la pagina autografa al marito, fa notare perplessa che è un po’ difficile assomigliare a questa statua, visto che manca della testa!
Nozze ricche, ma non sfarzose. Bisogna tener presente che il papa dell’epoca era piuttosto ostile ai Savoia, secondo lui usurpatori, e aveva concesso una chiesa, non una basilica per il rito religioso. Non solo, era ancora recente la sconfitta di marzo di Adua, perciò non c’erano teste coronate straniere tra gli invitati. Semplicità, grande semplicità anche per il “viaggio di nozze”. Terminati i festeggiamenti, durati un paio di mesi, i due sposi si ritirano a Montecristo dove arrivano a bordo del panfilo Jela. Dai pettegolezzi dell’epoca, apprendiamo che il principe mangia il borsch alla russa e la “castradina” di pecora alla montenegrina preparati in prima persona dalla sua sposa. Roba da far inorridire la nobiltà e il solito giornalista. Non solo, gli sposi alloggiano in un vecchio padiglione in muratura riparato in gran parte dal principe (che si dilettava nel fai-da-te), aiutato dalla novella sposa i veste di garzone di muratore.
Il loro è amore e per quattro anni lo filano a modo loro, vivendo semplicemente e andando a pesca, anche se attorno nascono mormorii: non si annunciano figli. La regina Margherita è in pena, oltretutto non le piace più tanto questa nuora così semplice, “borghese” si potrebbe dire. Tanto lei aveva fatto per i fasti del casato, tanto Elena sembra dedicarsi unicamente al marito, assecondandolo in tutti gli interessi. Lui ama la fotografia? Lei ama la fotografia e fa preparare una camera scura nei loro appartamenti. Lui colleziona monete? Lei colleziona francobolli che raccoglie in splendidi album. Lui non ama la musica? Lei che suonava il violino smette di suonare, ma smette anche di comporre poesie non eccelse, ma di contenuto morale, per non urtare il marito. L’ultima è del 1904, pubblicata in latino nella rivista russa Nedelia con lo pseudonimo “La farfalla azzurra”, ripresa poi dalla rivista berlinese Das Aussere e firmata “Elena, Regina d’Italia”, tradotta infine in italiano e pubblicata dal Corriere della Sera il 17 luglio 1905. Elena apprendeva facilmente le lingue e i dialetti, fa da traduttrice al marito per il russo, il serbo e il greco moderno, tenendogli in ordine l’emeroteca dei giornali stranieri. E impara il dialetto piemontese, anche se in modo non perfetto, giusto quel tanto che basta per capirlo quando il marito si rivolge a lei in piemontese, come ebbe a dire ammirato il suocero Umberto I.
Vittorio Emanuele di Savoia ed Elena di Montenegro

Vittorio Emanuele di Savoia ed Elena di Montenegro

Elena di Savoia e Vittorio Emanuele III in un momento privato

Elena di Savoia e Vittorio Emanuele III in un momento privato

1901, Vittorio Emanuele III ed Elena di Savoia tornano a Racconigi per lunghi soggiorni estivi.

1901, Vittorio Emanuele III ed Elena di Savoia tornano a Racconigi per lunghi soggiorni estivi.

Vittorio Emanuele III e la regina Elena, all'arrivo a Porta Nuova nel 1911, per la visita all'Esposizione Internazionale

Vittorio Emanuele III e la regina Elena, all’arrivo a Porta Nuova nel 1911, per la visita all’Esposizione Internazionale

Una foto ufficiale del 1908, con i figli Jolanda, Giovanna, Mafalda, Umberto manca nella foto l'ultima figlia, Maria, nata nel 1914

Una foto ufficiale del 1908, con i figli Jolanda, Giovanna, Mafalda, Umberto manca nella foto l’ultima figlia, Maria, nata nel 1914

Vittorio Emanuele III e famiglia (1915).

Vittorio Emanuele III e famiglia (1915)

TORINO 1923, VITTORIO EMANUELE III E IL GENERALE DIAZ IN CARROZZA.

TORINO 1923, VITTORIO EMANUELE III E IL GENERALE DIAZ IN CARROZZA.

Sitografia

http://it.wikipedia.org/wiki/Casa_Savoia it.wikipedia.org/wiki/Vittorio_Emanuele_III_di_Savoia http://cronologia.leonardo.it/mondo28u.htm http://www.ilmattino.it/blog/gigi_di_fiore/le_nozze_coi_fichi_secchi_il_re_e_il_mattino_di_scarfoglio/0-46-1863.shtml http://www.arcobaleno.net/personaggi/personaggi-del-segno-del-capricorno/personaggi-della-storia-del-capricorno/elena-di-savoia http://mpgigi.altervista.org/isavoia/vittem3.htm http://www.iltempo.it/cultura-spettacoli/2014/02/13/memorie-private-di-vittorio-emanuele-1.1218690 http://www.raistoria.rai.it/articoli/re-vittorio-emanuele-iii-e-mussolini-i-due-cari-nemici/25167/default.aspx

Deja un comentario

Tu dirección de correo electrónico no será publicada. Los campos necesarios están marcados *