Bruno Simioli: scampato alla fucilazione in Via Cibrario, ma internato a Mauthausen (1944) e altre storie su Corso Tassoni

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INTERVISTA A BRUNO SIMIOLI 2003 “Quando facevano un rastrellamento il nostro compito era di non sparare e di scappare perché se ci mettevamo a sparare contro i fascisti o i tedeschi questi bruciavano le case dei montanari, e invece noi avevamo bisogno del loro aiuto. Durante i rastrellamenti andavamo dalla parte del Col del Lys e quando tutto era finito tornavamo al nostro posto. Siamo andati poi a Rivalta e lì è successo un guaio: aspettavamo che venissero a prenderci perché avevamo le armi ma il camion si è rotto. C’è stata una spiata e mentre mangiavamo in una piola la casa è stata circondata. Noi eravamo vestiti da tedeschi e loro da partigiani. Hanno cominciato a sparare con le mitraglie e hanno lanciato una bomba; io sono stato ferito e anche Augusto Piol e poi è morto. Mi hanno preso, hanno fatto finta di fucilarmi sparando alto. Poiché ero vestito da tedesco mi hanno portato alle Nuove, al primo braccio. Voleva dire che eri condannato, perché alla prima dimostrazione che c’era ti prendevano e ti fucilavano. In piazza Statuto era scoppiata una bomba ed erano stati uccisi due o tre tedeschi. Hanno detto che erano stati i partigiani, ma erano stati gli stessi tedeschi che, ubriachi, avevano fatto scoppiare questa bomba. Sono venuti a prendere me e altri e ci hanno portati in Via Cibrario per fucilarci. Quando ci hanno caricato su un camion c’era frate Ruggero e un tedesco che faceva da interprete e che io conoscevo perché era ingegnere al cotonificio Leumann. Questi ha parlato al maresciallo tedesco dicendo che da noi non si fucilavano i feriti, ma si aspettava che fossero guariti. Allora mi hanno preso e mi hanno buttato di nuovo nel camion come un sacco. Ho sentito che gli altri li hanno fucilati.     Mi hanno portato all’infermeria dove sono stato curato alla buona e poco tempo dopo sono arrivati diversi miei amici, Geppe e anche mio padre.    Era venuto don Luigi, ma hanno detto che non potevano fare il cambio con me perché ero vestito da tedesco e hanno fatto lo scambio con altri sei partigiani. Tra parentesi lì c’erano anche Luigi Farsella e altri partigiani di Rivoli. Così sono finito a Mauthausen.” http://www.rivolidistoria.it/percorsi/rastrellamenti.htm KZ_MauthausenAnche dopo la Liberazione ci sono state delle lotte; alcuni hanno avuto dei familiari uccisi e tanti dicevano, come adesso, che noi partigiani avevamo continuato a uccidere gente anche dopo la Liberazione.  È stato così, ma se tu avessi saputo che quel tizio aveva ucciso tuo padre cosa avresti fatto? Certo, passati alcuni anni li abbiamo perdonati.  Alla Liberazione Togliatti ha fatto quella legge con la quale concedeva il condono ai fascisti, perché cominciavano a fare dei processi anche contro noi partigiani. L’8 settembre i nostri generali, capitani e colonnelli non li abbiamo visti. Erano spariti tutti e sono tornati dopo la Liberazione  e hanno ripreso a comandare. E questa gente faceva i processi a noi partigiani, diceva che noi avevamo rubato e ucciso.” http://www.rivolidistoria.it/percorsi/25aprile.htm http://ausiliarie.blogspot.it/ Partigiani_Via_Roma partigiani fucilati in via cibrario 1944 Stampa Sera 1964 Teresa Scala, comunemente chiamata Marisa Scala http://www.lageredeportazione.org/testimonianze/pagina45.html “Ai primi di luglio, mentre rientravamo a casa – rientravo a casa a mezzogiorno in via Piffetti – ho visto mio fratello che mostrava la pistola a tre persone: erano gli agenti del commissariato vicino. Io arrivai vicino a casa, però entrai nel portone. Lui mi vede, mi ride e disse: “Beh, andiamo in commissariato, voi lì telefonate e vedrete che ho ragione io, che sono un agente regolare”. Io entrai in portineria e chiesi al portinaio, che non mi conosceva, abitavamo lì da otto giorni: “Ha una pistola? Ha una pistola? Ha una pistola?” e quello mi guardò come una pazza. Vidi portare via Remo, non potevo fare niente, però il mio terrore era che Giancarlo rientrasse anche lui per mangiare, ed era il comandante militare GL della piazza di Torino, quindi un pezzo grosso. Allora salii in casa e cercai di arraffare quanto più possibile perché pensavo che poi sarebbero ritornati. Nel frattempo arrivò Giancarlo Scala e io dissi: “Dobbiamo scappare, dobbiamo scappare; come? Usciamo dalla porta”. Abitavamo al quarto piano mi pare, abbiamo visto gli agenti che salivano da sopra, erano in sette o otto addirittura, che salivano la scala. Noi, dal quarto salimmo al quinto piano, suonando a tutti i campanelli, nessun rispondeva; in tempo di guerra erano tutti sfollati. Mentre gli agenti arrivavano alla nostra porta e cominciavano a suonare e battere, uno tira fuori la pistola. Noi intravedevamo da sopra, Giancarlo vide una scala legata alla tromba delle scale; era la scala che portava nelle soffitte perché c’era una botola. Riuscimmo a slegare la scala, aprire la botola, salire su. Mentre Giancarlo saliva cominciarono a sparare perché si erano accorti del rumore. Siamo riusciti, nelle soffitte, trascinandoci, a passare da una via ad un’altra via, un altro palazzo, poi uscire fuori sui tetti e passare su un balcone. Io, a dire la verità, ero attaccata, non mi volevo mollare; Giancarlo mi pestò le mani e caddi su questo balcone. Di lì entrammo in un alloggio anch’esso disabitato. Riuscimmo ad aprire, scappammo in Corso Tassoni con le sirene che suonavano. C’era l’Umpa (forse UPI), c’erano le guardie, c’erano tutti perché avevano capito che c’era un covo importante, non per me ma per Giancarlo. Arrivata in Corso Tassoni io caddi lunga distesa per terra. Ero tutta graffiata, tutta sporca. In una piccola osteria, che ho cercato e che era sparita dopo qualche anno, entrai, c’erano degli operai che mangiavano qualche cosa. Mi presero in braccio, mi portarono dietro, mi diedero un bicchiere di grappa da bere, qualcosa, non mi ricordo più. Io urlavo come una pazza perché sapevo che Remo era stato preso. Stetti tre giorni nascosta e poi ricominciai la mia vita. ”

Undici

Luciano Domenico era un bambino di appena 11 anni.

Il 23 febbraio del 1945, alle prime luci dell’alba, il nemico circondò un gruppo di partigiani nascosti in un cascinale delle campagne del Givoletto.

Ci fu una dura battaglia, i partigiani rimasero senza munizioni ed il Comandante ferito gravemente chiamò Luciano Domenico e gli disse di sventolare la sua maglia bianca in segno di resa.

Il nemico non ebbe rispetto nè per il simbolo di resa nè per il bambino. Una raffica di mitra raggiunse Domenico.

Da allora Luciano Domenico dai partigiani venne soprannominato “undici” e la battaglia viene ricordata “undici maglietta e bandiera bianca”.

L’Associazione Sportiva Dilettantistica Cit Turin Lde ha dedicato la propria Scuola Calcio a “Undici” chiamandola Luciano Domenico e i propri colori sociali: Verde – Rosso – Azzurro.

La Quarta Circoscrizione su proposta dell’A.n.p.i. e del Cit Turin ha dedicato a “Undici” il giardinetto e la lapide in Via San Donato angolo Corso Tassoni.

http://www.citturinlde.it/

http://www.mole24.it/2013/04/24/luciano-domenico-partigiano/

http://www.museotorino.it/view/s/bf22267f5af245438c2ca7708c685cdc

fotolucianodomenico

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