BAM Piemonte Project on Tour 2017 Contemporary Artdesign

Nei giorni 10, 11 e 12 ottobre 2017 si inaugura la sesta edizione di BAM Piemonte Project ON TOUR – Biennale d’Arte Moderna e Contemporanea del Piemonte sul tema “Contemporary Artdesign”
Espongono : Lorenzo Alagio, Corrado Bonomi, Alessandro Cagnoni, Antonio Carena, Riccardo Ghirardini, Ferdi Giardini, Piero Gilardi, Diego Gugliermetto, Franco Mello, Carla Molina, Ugo Nespolo, Gruppo U-Layer (Giancarlo Tranzatto-Luca Domenichelli), Elio Garis, Theo Gallino, Salvatore Zito, Paola Gandini, Matteo Ceccarelli, Ferruccio D’Angelo, Vittorio Valente, Eraldo Taliano, Angelo Barile, Damiano Spelta, Gaetano Pesce
Luoghi :
Interni Bonetti – via Carlo Alberto 44 Torino. Inaugurazione martedì 10 ottobre ore 18.00 fino al 10 novembre
Fonderie Teatrali Limone – via Pastrengo 88 Moncalieri. Inaugurazione mercoledì 11 ottobre ore 17.30 fino al 3 dicembre
Galleria Panta Rei- via Mercantini 5 Torino. Inaugurazione giovedì 12 ottobre ore 18.00 fino al 10 novembre
Direttore Artistico : Riccardo Ghirardini
Curatore : Edoardo Di Mauro
Creative Director : Giovanna Repossi
Organizzazione : Harambee Arte Kunst
Enti sostenitori : Regione Piemonte, Fondazione CRT
Enti patrocinanti : MIBACT Ministero Beni ed Attività Culturali, Città di Torino, Città di Moncalieri, MAU Museo d’Arte Urbana di Torino, Teatro Stabile, Gazzetta di Torino, U Layer, Gruppo Azimut
La manifestazione è inserita nel cartellone di Torino + Piemonte Contemporary Art e Torino City Of Design 2017
Info : + 39 349 4665091 335 6398351 www.biennaledelpiemonte.com
Ufficio Stampa : + 39 3476908968

BAM BIENNALE D ‘ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA DEL PIEMONTE

Edizione On Tour 2017

CONTEMPORARY ARTDESIGN

La BAM – Biennale d’Arte Moderna e Contemporanea del Piemonte ha una precisa finalità, in decisa controtendenza rispetto alla “biennalite” caratterizzante la scena artistica contemporanea nell’era della globalizzazione, che è quello di valorizzare l’arte e la creatività piemontese dal secondo dopoguerra ad oggi secondo un percorso che, ad ogni scadenza, si indirizza verso aree diverse di analisi storica e contenutistica.

Dopo “Proposte artistiche in Piemonte 1996/2004” della sperimentale edizione del 2004, e “Arte in Piemonte 1975/1995” tema del 2006 e prima fase di reale consolidamento dell’iniziativa, ed il significativo intermezzo della “BAM on Tour 2007”, nel 2008 abbiamo approntato una manifestazione intitolata “Art Design”, che ha conosciuto un significativo corollario nell’estate 2009 con uno spettacolare allestimento presso il Castello di Racconigi che, unitamente alla presenza ad Artissima, ha sancito il lancio definitivo di una manifestazione nata per pura scommessa intellettuale e tramutatasi in un appuntamento importante nel folto panorama di iniziative artistiche che caratterizza Torino ed il Piemonte. Nel 2010 con “BAM Piemonte Project Grafik” , bissata con “BAM on Tour 2011” per la prima volta a Torino, abbiamo, con successo, privilegiato il rapporto tra l’arte e la grafica pubblicitaria ed industriale, ma anche il fumetto ed il neo pop. La quinta edizione della BAM si è svolta, dopo Verbania per le prime tre edizioni e Carmagnola per la quarta, a Chieri, in sedi prestigiose quali la Biblioteca e l’Imbiancheria del Vajro, ed anche nelle vetrine del centro cittadino, con il titolo “Contemporary Photobox 2012”, con l’ obiettivo di cogliere l’evoluzione di una linea stilistica legata all’uso delle tecnologie quindi fotografia, video ed immagine digitale. La “BAM on Tour 2013”, dedicata alla giovane fotografia piemontese, si è svolta presso l’NH Lingotto Tech. Con la sesta edizione, anticipata rispetto al consueto nel febbraio 2014 sempre presso l’Imbiancheria del Vajro, “BAM Piamonte Project 6 80”, dedicata a quel stimolante e controverso decennio, ed un allestimento coronato da un autentico e pieno successo, riteniamo che la BAM sia entrata definitivamente nell’eccellenza delle rassegne artistiche della nostra regione. Fatto certamente confermato dalla “BAM on Tour 2015”, che, in sintonia con le celebrazioni religiose svoltesi nel 2015 nella nostra regione, ha allestito una mostra in tema presso il Giardino delle Rose del Castello di Moncalieri, dal titolo “Il cuore sacro dell’arte. La dimensione spirituale nell’arte piemontese contemporanea”.

L’edizione 2016, svoltasi nel Foyer delle Fonderie Teatrali Limone. a Moncalieri, ha affrontato un tema affascinante ma non facile per chi è costretto, come noi, a rapportarsi con budget ristretti, il rapporto tra arte e moda. La manifestazione, dal titolo “MODO. La moda dell’arte, l’arte nella moda”, ha avuto un esito assolutamente positivo.

L’edizione 2017 della BAM on Tour, in attesa della prossima Biennale dell’autunno 2018, prevista in una nuova sede, la Casa del Conte Verde a Rivoli, quindi, per la prima volta, nella zona nord dell’area metropolitana torinese, che affronterà un decennio controverso come quello degli anni Novanta, si inoltra, aggiornandolo nei contenuti, in un tema già sviluppato con successo nel biennio 2008/2009, quello del legame tra arte e design.

Titolo “Contemporary Artdesign”. Luoghi divisi tra Moncalieri, Fonderie Teatrali Limone, e Torino, con due importanti spazi privati come la galleria Panta Rei, e Interni Bonetti.

Il terreno condiviso da arte e design è generato dalla medesima nascita in seno all’estesa categoria dell’artigianato, della “technè” intesa, nell’etimologia antica del termine, come concretizzazione oggettiva dei procedimenti mentali, connubio tra cultura “alta”, ideale e simbolica, e sua applicazione materiale, sinergia a lungo ignorata, ma ormai pienamente compresa nel clima della postmodernità, dove ci troviamo a vivere e ad operare. Più nello specifico l’arte, dopo le utopie delle avanguardie storiche, diffusesi, ed in parte concretizzatesi, su più ampia scala, nel secondo dopoguerra, quando appariva centrale l’esigenza di una più estesa riproducibilità e diffusione del prodotto artistico, dopo essersi rifugiata, in seguito, nella specificità del suo linguaggio, nella stagione del Concettuale ma anche in quella, successiva ed opposta, del “ritorno alla pittura”, ha, dopo la prima metà degli anni ’80, e con modalità decisamente più marcate ai giorni nostri, imboccato un’altra strada, all’interno dell’eclettismo stilistico che caratterizza la contemporaneità. Oppressa da uno scenario altamente competitivo in termini iconografici e di estetizzazione diffusa dei mezzi di comunicazione, sempre più saccheggiata e costretta sulla difensiva da un incedere incessante di feticci e simulacri d’ogni sorta, l’arte attuale si difende optando per un atteggiamento in bilico tra adesione al reale, in termini di confronto serrato mediato dal tramite degli ausili offerti dalla tecnologia, e calcolato ritrarsi iconografico tra le pieghe del simbolo e di una ritrovata dimensione artigianale della creazione. Dimensione che si esplicita in vari modi e maniere, col tramite della pittura o di una competizione alla pari con gli oggetti e i comportamenti d’uso comune, intesi sia in senso concreto e tangibile che metanarrativo, sfidati sul loro stesso terreno con pratica demistificante ed ironica. Questa nuova dimensione “artigianale” dell’arte, in particolare di quella italiana, attualmente assai sottovalutata nello scenario internazionale, rappresenta qualcosa di inedito, che si manifesta con modalità differenti rispetto ad episodi passati, e rende questo dialogo a distanza ravvicinata tra arte e design quanto mai attuale. Negli anni’50 e fino ai primi anni’60, dopo la rivendicazione di un approccio ed interscambio tra arte e nuove tecnologie rivendicata soprattutto dagli Spazialisti di Lucio Fontana e dai Nuclearisti, ci si sposta sul versante estetico e sociopolitico dei Situazionisti di Debord e dell’Urbanistica Unitaria di Costant, con il collante fornito dal geniale artista e promotore culturale albese Pinot Gallizio. Ma il fronte più sintonico al tema di questa mostra è quello rappresentato dal Nuovo Bauhaus di Max Bill, a cui si contrappone, soprattutto da un punto di vista teorico e della provocazione culturale il Movimento Internazionale per un Bauhaus Immaginista di Asger Jorn. In Bill abbiamo una esasperazione dei contenuti rispetto ad una serializzazione estrema dell’oggetto artistico in chiave meramente funzionalista ; l’arte doveva, in poche parole, avere una missione estetica spendibile in termini di applicazione concreta, pena la sua inutilità ed emarginazione. Jorn, all’opposto, rivendicava il primato dell’immagine sulla forma, della creatività artistica sulla funzione, che assumeva un ruolo importante ma secondario rispetto all’irripetibile personalità dell’artefice. Affermazione valida soprattutto per l’architettura. L’arte crea le immagini di cui poi l’architettura si serve per dare vita ad una dimensione ambientale ideale. Sono gli anni, quelli, in cui si dibatte sulla necessità di creare agglomerati edilizi a misura d’uomo, siamo non a caso nella fase del “boom” economico, intuizione che, come è noto, andrà purtroppo completamente disattesa, con la realizzazione di orridi contenitori periferici dove vennero accatastati, è il termine giusto, i flussi migratori provenienti dal Sud, e non solo. Le istanze di riqualificazione dell’ambiente urbano, a lungo disattese, hanno fortunatamente ripreso vigore in tempi recenti. Da allora l’arte, dopo le premesse storiche prima illustrate, abbandona il suo isolamento linguistico, pur non smarrendo le sue norme e la sua eccezionalità d’evento, per contaminarsi, ed essere contaminata, dall’ambiente circostante. Il design, dal canto suo, diviene, particolarmente in Italia, elemento centrale della nostra creatività, adeguandosi agevolmente alla specificità del “genius loci”, fatto di stratificazione e sedimento culturale, ma anche di ironia e disincanto. Rispetto alla questione del rapporto tra l’arte e la sua applicazione pratica ci si è avvicinati ad una giusta impostazione del problema laddove l’oggetto non ha perduto nulla della sua funzione primaria che è soprattutto tecnica, in particolare nella scelta dei materiali, traendo dall’arte, e dalle forme che essa ha assunto nel corso del Novecento, la vocazione al manifestarsi in un veste simbolica tale da indicarne l’affidabilità in termini di confort e di prestazioni. Ritornando in maniera esclusiva, a questo punto, alla fenomenologia degli eventi artistici, è fatto ormai assodato che, dopo la seconda metà degli anni’70, con il pieno ingresso nella post modernità, si è esaurita, dopo il quasi totale azzeramento linguistico prodotto dal Concettuale, la carica propulsiva delle avanguardie novecentesche e si è entrati in una tipica stagione di passaggio dove l’arte si è dapprima interrogata sul suo passato, volgendo lo sguardo all’indietro, con la riproposizione della manualità pittorica e della decorazione, per poi, dopo la seconda metà degli anni’80, dapprima timidamente, poi con modalità più decise, porgerlo di nuovo in avanti, verso un futuro dai confini ancori incerti, come un approdo cui la foschia impedisce una nitida visione ma di cui si intravedono i confini. Nell’attuale clima di eclettismo stilistico persiste tuttora la citazione delle avanguardie novecentesche ma, nei casi migliori, che in Italia non sono pochi pur avendo subito, negli scorsi anni, un tenace processo di oscuramento ormai sempre più prossimo al tramonto, si assiste ad una ridefinizione dei generi, sullo sfondo dell’inevitabile collante del rapporto con le nuove tecnologie e l’universo delle comunicazioni, con cui ci si confronta sperimentandone dall’interno le potenzialità di arricchimento formale o, al contrario, ci si sottrae pur non negandole, rifugiandosi consapevolmente nell’ambito della specificità linguistica e nella suggestione di una narrazione simbolica. Di certo l’arte, fonte primigenia da cui scaturiscono tutta una serie di applicazioni secondarie, negli ultimi tempi ha dovuto subire numerose irriverenti invasioni di campo, in particolare da parte della pubblicità, della moda, più in generale dal mondo delle merci e dei consumi. A questo stato di cose pare inizi a reagire invertendo i termini della questione, invadendo i territori altrui con nuova consapevolezza, contaminando e conferendo poetica linfa vitale all’ambito esterno, ad un mondo inanimato popolato da un poliedrico repertorio oggettuale, un nuovo concettualismo in cui l’eccessivo rigore linguistico si sdrammatizza tramite robuste iniezioni di ironia e spirito ludico. Ma non solo, questa ritrovata attenzione per il rapporto tra l’arte e quanto si manifesta al di fuori di lei si estende anche ad ambiti quali l’installazione ambientale con un rinnovato dialogo tra artificio e natura, ed inoltre denota una intima riflessione per la propria fisicità rapportata alla dimensione del quotidiano. In uno scenario definito dal sociologo Zygmunt Bauman di “modernità liquida”, in cui non vi è più la fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive” tipiche della società industriale, ma un eterno presente contraddistinto per paradosso da una frenetica mobilità in cui il cambiamento non è più un passaggio ma lo strumento stesso dell’esistere, e da una condizione estetica definita “gassosa” dal filosofo francese Yves Michaud, tale per cui tutto è necessariamente “bello” e l’arte da oggetto auratico non è più neanche evento politico ma si è tramutata in puro vapore che tutto ammanta di se, gli architetti ma soprattutto i designer sono sempre più chiamati alla produzione di manufatti che vadano oltre il mero funzionalismo corredato da belle forme per assumersi la responsabilità di dotare di senso il qui ed ora, senza l’ossessione del prima e del dopo, adoperando molteplici spunti e tracce colti con prontezza dal presente. Questa condizione dell’esistenza porta il design a farsi sempre più artistico e l’arte ad una disinibizione formale e ad un plurilinguismo evidenti.

Un percorso che fa del rapporto con la società dei fruitori, che si vuole sempre più allargata, la sua ragion d’essere. Dall’intuizione di Walter Benjamin sull’ “opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, alle utopie del “Bauhaus immaginista” nell’avanguardia artistica, fino al mixed – media del New Dada e del Nuovo Realismo ed all’uso di nuovi materiali e dell’oggetto nella sua nudità “secondaria” della Pop Art internazionale, che conobbe sviluppi estremamente interessanti proprio in Italia. Per giungere alle esperienze della post modernità, che con vari spunti, digressioni, fughe in avanti e repentini balzi all’indietro caratterizzano le vicende degli ultimi venticinque anni. Negli anni’80, in Italia, assistiamo ad un rapporto dell’arte con le nuove tecnologie ed i feticci mediali che iniziano a dilagare sempre più invasivamente nel territorio urbano. In un clima post ideologico e di rivalutazione dell’individualismo e degli aspetti esteticamente godibili dell’esistenza gli artisti adottano un nuovo oggettivismo come criterio di osservazione dell’universo sociale, mentre i designer, compresi numerosi esponenti già storicizzati, paiono rincorrerli e, talvolta, superarli, nell’adozione di coefficienti sempre più alti di decorazione e di inventività nella produzione di oggetti che tendono a perdere il loro specifico di funzionalismo seriale per penetrare nel territorio dell’irripetibilità. Nel decennio successivo verifichiamo una volontaria regressione dell’arte nei territori della smaterializzazione concettuale, dove gli oggetti, pur sempre presenti, vengono scomposti nella loro dimensione primaria, per svelarne i meccanismi di produzione mentale e dove il design riscopre il minimalismo progettuale e l’importanza della funzione pratica. Nei primi anni di questo nuovo millennio le carte si rimescolano nuovamente, riavvicinando, per taluni aspetti ed in presenza di quello che è un’enorme ampliamento dell’offerta creativa a tutti i livelli, le arti ad un clima simile a quello degli anni ’80, con gli artisti intenti ad esplorare la dimensione ludica ed innocente del gioco e dell’immaginario infantile e quella di una rinnovata dimensione artigianale del fare artistico, ispirazioni che paiono trovare precisa rispondenza nei territori delle creatività applicate.

La selezione degli autori presenti in mostra, cui hanno dato un importante contributo Riccardo Ghirardini ed Edmondo Bertaina, si pone l’obiettivo di non far percepire differenze particolari tra chi è annoverato solitamente nell’ambito dell'”arte”, e chi invece in quello del “design”.

Credo che una definizione precisa, in parte estendibile ai protagonisti dell’evento, sia quella che è stata data per una delle presenze meritatamente più note, quella di Franco Mello, che nel 1972 progettò, insieme a Guido Drocco, il celebre Cactus appendiabiti per Gufram, tratta da una nota critica di Flaviano Celaschi, redatta in occasione di una recente ed importante personale presso la Fondazione Plart di Napoli : “Franco Mello è un prodotto bellico che ha avuto la fortuna di vivere i migliori anni degli ultimi secoli. Lo ha fatto senza mai decidere che mestiere fare, senza mai vivere di lavoro, portandosi continuamente da un progetto all’altro in un’ansia di irrequietudine intrisa di pensiero riflessivo, senza mai chiedersi se fosse arte, design, editoria, grafica, televisione, allestimento, architettura, o altro”

Gli autori presenti sono accomunati da un uso attento e consapevole dei materiali, ed immersi in una dimensione di eclettismo estetico ed esistenziale.

Potremo ammirare l’oggettualismo decorativo ed attento alla dimensione della memoria di Lorenzo Alagio, la creatività ludica ed irriverente di Corrado Bonomi, tra i protagonisti del “concettualismo ironico italiano”, lo stile colorato ed al tempo stesso rigoroso di Alessandro Cagnoni, autore della “Poltrona Carrarmato”, la pittura a spray espansa su ogni genere di superfici ed oggetti di un grande protagonista dell’arte italiana e piemontese del secondo Novecento come Antonio Carena, l’eclettismo multidisciplinare ed attento alla smitizzazione delle icone contemporanee di Riccardo Ghirardini, l’ incessante sperimentazione di materiali, luci, suoni e colori che caratterizza il lavoro di Ferdi Giardini, la natura reinventata ed alla perenne ricerca di un rapporto equilibrato con la tecnologia e l’ambiente di Piero Gilardi, Diego Gugliermetto, artista designer che si definisce “artigiano imprenditore con vena artistica”, la stratificazione del tempo e dello spazio nella dimensione dell’oggetto di Carla Molina, la contaminazione tra il linguaggio dell’avanguardia storica e la dimensione post moderna di Ugo Nespolo, la ricerca di soluzioni estetiche adeguate sia allo spazio ed all’intimità dell’interno, che alla scena metropolitana, di U-Layer, le sintetiche forme organiciste e biomorfe di Elio Garis, l’alchimia di Theo Gallino, in grado di sintetizzare oggetti , colori e materiali dando loro una forma inedita, Salvatore Zito, autore capace di donare un’aura mitica ed atemporale ad oggetti e simboli del contemporaneo, la coerente ricerca di forme artistiche ottenute tramite la sperimentazione di un materiale non facile come il vetro di Paola Gandini, il lavoro di Matteo Ceccarelli, che sintetizza arte, architettura, arredo, scultura e complementi artistici, la equilibrata armonia tra pittura, oggetto e spazio che da sempre caratterizza la ricerca di Ferruccio D’Angelo , le superfici varie e variabili di Vittorio Valente, cosparse di silicone e pigmenti colorati, la banca dati cui ricorre Eraldo Taliano per le sue opere, che va dal vintage, all’antica stampa cinese, alla coperta, al tavolo di design, od alla scodella, in un variegato universo di citazioni. Chiudo con il lavoro di Damiano Spelta riportando una esemplare citazione di Gaetano Pesce su di lui : ” A mio modo di vedere Damiano Spelta è uno dei rari artisti che commenta la realtà attraverso gli oggetti. Alla sua attenzione saltano delle cose che fanno parte del quotidiano e con la sua creatività cambia la funzione dell’oggetto e ne trasforma la scala. Quindi ci troviamo di fronte ad un orologio da polso che diventa una seduta o ad una chaise longue composta da una grande lingua che ci ricorda quanto la gente parli inutilmente, oppure ancora un astuccio di un rossetto gigante che diventa il perno funzionale di un tavolino ed esprime l’importanza della cosmesi nella nostra vita. Il finale è che questi oggetti rifiutano l’astrazione , attitudine benedetta ed auspicabile, e ci introducono nel mondo dell’immagine con un fare ironico, gioviale e fantastico”

Edoardo Di Mauro, agosto 2017.

 

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